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Lo vedi? No, non lo vedi. Non è qui, è solo nella mia testa. E forse è molto lontano. Forse è in mano a qualcuno che non conosco. Ma niente incertezze; ora elencherò ciò che è certo, anche se so che non aiuta. Non è un accessorio della dinastia jin. Non è una spoletta per annodare reti. Non è nato per me. Non è nato; non è morto: è entrato nella mia vita e materialmente ne è anche uscito, sembra definitivamente. Avevo detto niente ‘sembra’. Certamente… certamente mi è caduto dal tavolo la mattina del 27 aprile 2024. Certamente l’ho raccolto. Certamente Matteo quando l’ha fatto non sapeva chi io fossi. Certamente io non sapevo chi fosse lui; e nessuno dei due lo saprà mai, non del tutto; ma almeno ci stiamo provando.
Ho deciso di mostrarti questo oggetto per quello che rappresenta; e quello che rappresenta non cambia e non svanisce solo perché io non posso tenerlo in mano ora, per fartelo vedere e non lasciartelo toccare mostrandoti così che non mi fido del tuo controllo sul tuo corpo, che non mi fido del tuo concetto di rispetto. Forse avere l’oggetto qui ti avrebbe distratto da quello che per me esso rappresenta, certamente, ora sei tu che ti devi fidare di me.
C’era una volta un oggetto, nato per caso, creato da uno scarto, senza un progetto preciso; c’era una volta un oggetto che mi era molto utile. C’era una volta un oggetto che apprezzavo, tenevo nei capelli e mi aiutava a far finta di non averli invece che tagliarli ogni volta che mi davano fastidio. Se domani mi svegliassi improvvisamente senza capelli per caso, non per una malattia e non per un dispetto, non ci starei male. Se ancora potessi tenere in mano l’oggetto, lo terrei addosso a me in un altro modo. Era per me un simbolo del caso, cioè del caos, che io per rendere meno terribile chiamo Babbo Caso come fa una persona che ho conosciuto per caso. Babbo Caso lo riesco a trovare un po’ dappertutto, ma in questo oggetto si incontravano il caso suo e il mio. Certamente si incontrano anche in altro. Non so se quell’oggetto ora è al ciglio dell’autostrada al chilometro centottantaquattro; non so se Francesca ha finito quel trasloco o se l’incidente le ha stravolto i piani, se il meteo, se la sua ruota che è scoppiata. Non so se avrò di nuovo quell’oggetto tra le mani; non so se ho il coraggio di farmene un altro sapendo che non sarà mai identico, non so se avrò voglia di farmelo fare. So che certamente più tardi quello stesso giorno ho ricevuto in dono un oggetto simile, fatto in Etiopia; chi me l’ha regalato non sapeva che avessi perso l’oggetto che ora non è qui, e anzi è stato il momento in cui anche io l’ho saputo. Babbo Caso dà, e prende; e sta a ciascuno decidere che fare.
Io non ho ancora deciso niente. Ti mostro comunque questa assenza perché ho fiducia nella mia capacità di spiegarti a parole cosa rappresenta. Spero tu potrai capirmi. Certamente non potrai cambiare quello che è successo. Forse puoi cambiare come pensi al Caso, e cosa sceglierai di fare di ciò che ti dà – o ti porta via. Io decido di ricordare – quando posso, finché riesco; scelgo di continuare a dare significato a ciò che ho intorno.






